Schopenhauer

I modelli culturali:

Durante gli anni di formazione (1805-1818), Schopenhauer cerca di chiarire la propria visione dell’esistenza attraverso la filosofia. Si interessa profondamente a Platone, perché la sua dottrina delle idee offre una via di fuga dal mondo sensibile verso una realtà superiore. Ancora più decisiva è l’influenza di Kant, che diventa il suo principale punto di riferimento: da lui Schopenhauer riprende la critica al realismo e l’idea che l’uomo sia naturalmente portato alla metafisica, cioè alla ricerca della “cosa in sé” oltre il mondo dei fenomeni.

Accanto alla filosofia occidentale, Schopenhauer è fortemente influenzato anche dalle dottrine orientali, in particolare dalle Upanishad e dal buddismo. In esse riconosce sia la visione dell’esistenza come realtà effimera e mutevole, sia l’indicazione di una possibile via di liberazione dalle illusioni del mondo. Il richiamo all’Oriente rappresenta inoltre una presa di distanza polemica da Hegel, che aveva escluso la sapienza orientale dalla vera filosofia.

La duplice prospettiva sulla realtà:

Il pensiero di Schopenhauer è espresso soprattutto nell’opera Il mondo come volontà e rappresentazione (1818), che inizialmente non ebbe successo. In questo libro il filosofo cerca di rispondere alla domanda «che cos’è il mondo?» adottando due prospettive diverse: quella della scienza e quella della filosofia. Dal punto di vista scientifico, il mondo è rappresentazione, cioè qualcosa che esiste solo in relazione al soggetto che lo conosce. Dal punto di vista filosofico, più profondo e vero, il mondo è volontà di vivere, una forza cieca e irrazionale che pervade tutti gli esseri e li condanna alla sofferenza.

Il mondo come rappresentazione:

Il superamento di realismo e idealismo: Schopenhauer afferma che «il mondo è una mia rappresentazione», cioè che la realtà non può essere conosciuta in sé, ma solo così come appare al soggetto attraverso i sensi e le facoltà conoscitive, secondo l’insegnamento di Kant. Il mondo esiste dunque solo nel rapporto tra soggetto e oggetto, che non possono esistere separatamente, ma sono due aspetti inseparabili della rappresentazione.

Da questa impostazione deriva la critica sia al realismo, che riduce il soggetto all’oggetto esterno, sia all’idealismo, che riduce l’oggetto a una creazione del soggetto. Per Schopenhauer, la conoscenza nasce dall’unione paritaria e indissolubile di entrambi.

In questo senso, tutte le cose sono fenomeni: esse non hanno un’esistenza autonoma, ma esistono solo in relazione al soggetto e alle sue forme a priori di conoscenza.

Spazio e tempo come condizioni a priori della conoscenza: Schopenhauer, seguendo Kant, sostiene che l’unica realtà conoscibile dall’uomo è quella fenomenica, organizzata attraverso forme a priori. Egli pone particolare attenzione a spazio, tempo e causalità, considerandoli condizioni soggettive indispensabili della rappresentazione.

In particolare, spazio e tempo permettono di organizzare le percezioni disponendo gli oggetti in rapporti spaziali e in una successione temporale. Nulla può essere percepito o conosciuto senza essere collocato in uno spazio e in un tempo determinati. Per questo essi funzionano come principio di individuazione, rendendo le cose distinte e separate le une dalle altre.

Il principio di causalità: Secondo Schopenhauer, l’intelletto ordina gli oggetti già individuati tramite spazio e tempo attraverso il principio di causalità, unica categoria riconosciuta dal filosofo, alla quale ricondurre tutte le categorie kantiane. Questo principio, detto anche principio di ragion sufficiente, struttura tutta la realtà fenomenica.

Esso si manifesta in quattro forme:
1. come principio del divenire, che spiega il rapporto causa-effetto nei fenomeni naturali;

2. come principio del conoscere, che regola i nessi logici tra premesse e conclusioni;

3. come principio dell’essere, che ordina le relazioni spazio-temporali e matematiche;

4. come principio dell’agire, che collega le azioni ai motivi che le determinano.

Di conseguenza, il mondo fenomenico appare come una rete di rapporti causali ed è governato da un rigido determinismo, essendo interamente comprensibile come rappresentazione del soggetto conoscente.

Il mondo come volontà

Il corpo come chiave di accesso alla verità: Schopenhauer si chiede se sia possibile conoscere l’essenza della realtà oltre il mondo dei fenomeni e il “velo di Maya”, cioè la cosa in sé che per Kant era solo pensabile ma non conoscibile. Se l’uomo fosse soltanto soggetto della conoscenza scientifica, resterebbe confinato nella rappresentazione e nei suoi limiti. Tuttavia l’uomo è anche un essere corporeo, e proprio nel corpo si trova la chiave per accedere all’essenza della realtà.

Il corpo ha una duplice natura: da un lato è un oggetto fenomenico, sottoposto alle leggi della rappresentazione; dall’altro è la sede in cui si manifesta una forza originaria e non riducibile alla causalità, la volontà. Attraverso le esperienze corporee di piacere e dolore, l’uomo coglie intuitivamente che la propria essenza è la volontà di vivere, di cui il corpo è solo la manifestazione esteriore.

Grazie a questa esperienza immediata e interiore, Schopenhauer individua una via per andare oltre la rappresentazione e squarciare il velo di Maya, accedendo alla verità profonda dell’esistenza.

La volontà di vivere come essenza dell'universo:  Secondo Schopenhauer, l’essenza ultima dell’uomo e dell’universo è la volontà di vivere, una forza irrazionale e cieca che si manifesta in tutte le attività umane e naturali. I desideri e gli impulsi corporei, come il nutrimento e la sessualità, non sono altro che espressioni di questa volontà: il mangiare serve all’autoconservazione, mentre l’istinto sessuale mira alla conservazione della specie e al prolungamento dell’esistenza oltre i limiti individuali. In questo senso, uomini e donne sono strumenti inconsapevoli della volontà.

Superato il velo di Maya (la visione del mondo come semplice rappresentazione), si scopre che la realtà profonda non è fatta di oggetti separati, ma di un’unica volontà che pervade tutto. Essa non riguarda solo l’uomo, ma ogni aspetto della natura: dalla crescita delle piante alla formazione dei cristalli, dal magnetismo alla gravità.

La volontà è dunque:

-inconsapevole, precedente alla coscienza;

-eterna e indistruttibile, fuori dal tempo;

-unica e universale, non individuale;

-cieca e senza scopo, poiché non persegue fini razionali, ma solo l’affermazione di sé.

La vita come continuo oscillare tra desiderio e noia:   Poiché la volontà di vivere è l’essenza del mondo, la vita umana è inevitabilmente segnata dal dolore. La volontà si manifesta come desiderio continuo, cioè come mancanza e privazione: l’uomo è per natura “carente” e non può mai raggiungere un appagamento definitivo. Da qui nasce una ricerca incessante della felicità, che genera inquietudine e sofferenza.

La soddisfazione dei desideri è sempre temporanea: ogni piacere è solo una breve cessazione del dolore, subito seguita da un nuovo bisogno. Per questo il piacere ha un valore negativo, essendo soltanto l’attenuazione momentanea di una mancanza.

Quando il desiderio si placa, subentra la noia, uno stato di vuoto e immobilità. L’esistenza si configura quindi come un continuo oscillare tra desiderio e noia, con rari e fugaci momenti di piacere.

Ne consegue una visione profondamente pessimistica: nel mondo prevale il dolore, che coinvolge tutti gli esseri viventi. Tuttavia, quanto maggiore è la consapevolezza della propria condizione, tanto più intensa è la sofferenza; per questo l’uomo soffre più di ogni altra creatura.

Le vie di liberazione dal dolore dell'esistenza: 


Dalla consapevolezza della natura dolorosa dell’esistenza nasce per Schopenhauer una possibile via di redenzione. Quando l’uomo comprende che l’essenza della vita è la volontà, può intraprendere un percorso di liberazione volto a sradicare il volere che è alla base di ogni desiderio e azione. Questa liberazione è possibile attraverso l’arte, la morale e l’ascesi, che permettono di spezzare la catena dei bisogni e dei desideri. Grazie a queste vie, l’individuo può giungere al traguardo finale, il completo annullamento della volontà.

L'esperienza estetica:  Per Schopenhauer l’esperienza estetica rappresenta la prima forma di liberazione dal dolore dell’esistenza. Attraverso l’arte l’uomo si distacca da se stesso e dai propri bisogni, sottraendosi alla catena del desiderio e della causalità. L’arte è infatti contemplazione disinteressata, una conoscenza fuori dal tempo e dallo spazio che coglie l’idealità delle cose e non il loro aspetto fenomenico; per questo motivo placa temporaneamente la volontà.

L’esperienza artistica svolge anche una funzione catartica. In particolare la tragedia, rappresentando il dolore e le passioni universali, oggettiva la sofferenza e permette di guardarla dall’esterno. Così l’individuo comprende che il proprio dolore è parte della sofferenza di tutti gli esseri viventi, supera la propria individualità e ne attenua l’intensità, scaricando e indebolendo le passioni.

Un ruolo privilegiato spetta alla musica, che per Schopenhauer è indipendente dal mondo dei fenomeni ed è espressione diretta e immediata della volontà stessa, tanto da poter esistere anche senza il mondo visibile.

La morale:  Per Schopenhauer l’arte offre solo una liberazione temporanea dal dolore, mentre una forma più duratura di liberazione si realizza attraverso la morale. L’etica permette di andare oltre le manifestazioni fenomeniche della volontà e di prenderne coscienza delle conseguenze dolorose, ma, a differenza dell’arte, implica un impegno pratico verso gli altri.

Nella morale l’uomo supera il principio di individuazione, smette di considerarsi separato dagli altri e riconosce in sé e nel prossimo l’espressione di un’unica volontà universale. Questo porta al superamento dell’egoismo e del conflitto.

Tale processo si realizza:

in modo negativo, attraverso la giustizia, che consiste nel non ledere la volontà altrui e trova espressione nel diritto;

in modo positivo, attraverso la carità, fondata sulla compassione, cioè sulla capacità di riconoscere il proprio dolore in quello degli altri, generando un amore disinteressato e una pietà universale.


Tuttavia, giustizia e carità si limitano a negare la volontà individuale. Per una liberazione più profonda è necessaria la negazione della volontà di vivere in quanto tale, che si realizza solo tramite l’ascesi.

L'ascesi: L’ascesi è per Schopenhauer la pratica della negazione radicale della volontà (noluntas), volta a liberarsi dal dolore derivante dall’impulso alla vita. Essa comporta la mortificazione degli istinti e dei bisogni, iniziando dalla castità, e si completa con virtù ascetiche come umiltà, digiuno, povertà, sacrificio e rassegnazione. Sebbene simile alla tradizione mistica cristiana, il fine dell’ascesi schopenhaueriana non è l’unione con Dio, ma il raggiungimento del nirvana, ossia l’esperienza del nulla.

Il nulla non è un’entità positiva, ma la negazione di tutto ciò che è mondo e volontà: i fenomeni, la causalità, lo spazio e il tempo. È l’estinzione della volontà di vivere, che pone fine alla sofferenza e all’inquietudine. Per il saggio asceta, questo stato non coincide con la morte, ma rappresenta un oceano di serenità, dove si dissolve la distinzione tra soggetto e oggetto, tra io e tu.

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